di Giancarlo Pizzo

05 Novembre 2026
Luigi “Gino” Barile, 94 anni: una vita di lavoro, amicizia e impegno civile. Prima della distilleria e delle sue bottiglie, la storia di un uomo che non ha smesso di credere nei propri ideali.
Ci sono persone che si raccontano attraverso ciò che hanno costruito. Per conoscer Luigi Barile, Gino per gli amici, bisogna invece partire da ciò che ha attraversato: le difficoltà dell’infanzia, la guerra, il lavoro, le notti sui libri. La grappa arriva dopo.
È il frutto di quella storia, non il suo principio.Il nostro viaggio comincia in una bella giornata d’autunno, con i colori del bosco il foliage che muta colore, e un sole ancora tiepido. Ad accompagnarci è l’amico e maestro Virgilio Pronzati, che racconta il suo lungo legame con Gino e la collaborazione alla realizzazione delle grappe, alle quali ha contribuito con le proprie competenze di degustatore.
Ma il racconto, prima ancora di portarci tra i distillati, ci avvicina all’uomo. Classe 1932, Gino ha conosciuto presto la fatica. L’abbandono del padre, quando era ancora bambino, e gli anni della guerra segnano una prima stagione di vita difficile. A dodici anni fa il portaordini durante la Resistenza, collaborando con il suo datore di lavoro, Enrico Parodi, partigiano cattolico e figura decisiva nella sua crescita. «Mi ha tolto le paure con il suo esempio!», ricorda. In quelle parole c’è il riconoscimento di un debito umano: qualcuno gli ha mostrato che il coraggio si può imparare.
Da allora, Gino non è rimasto con le mani in mano. Ha svolto una quarantina di mestieri, studiato di notte per diplomarsi, costruito dal nulla uno studio da affermato commercialista. Ha partecipato alla vita politica e difeso gli ideali in cui credeva. Non ama però la parte dell’eroe: «Non sono un supereroe», dice. «Sono sempre stato un gran curioso. Tutto qui!».
Quel “tutto qui” ridimensiona con semplicità una vita tutt’altro che semplice. La curiosità lo ha spinto a ricominciare; lo studio gli ha dato gli strumenti per cambiare la propria condizione. Il lavoro non è stato soltanto un mezzo per affermarsi, ma anche un modo per rendersi utile. Oggi, al traguardo dei 94 anni, il messaggio che affida ai più giovani conserva la forza di una convinzione vissuta: «Lottate per quello in cui credete senza paura».
Un sogno nato lontano dagli alambicchi
La storia della Grappa Barile comincia in un luogo che con la distillazione sembra avere poco a che fare: i cantieri navali di Sestri Ponente. È il 1958, durante la costruzione del transatlantico Leonardo da Vinci. Gino e l’amico d’infanzia Antonio Bormida accarezzano un progetto ambizioso: fare la grappa più buona possibile.
Il marchio nasce concretamente nel 1976, dopo un’attesa lunga e un’occasione finalmente arrivata: acquistare un’antica distilleria a Silvano d’Orba, nell’Alessandrino, piccolo comune che un tempo ospitava cinque distillerie artigianali. All’inizio Gino asseconda soprattutto il desiderio di Antonio. Poi quel sogno diventa anche il suo, fino a trasformarsi in una passione capace di accompagnarlo per il resto della vita.
«Non sapevo niente di grappa, prima di iniziare questa avventura», ammette. È una confessione che rende il percorso ancora più umano: non la sicurezza di chi sa già tutto, ma la disponibilità di chi vuole imparare. Con il tempo diventerà un distillatore tanto appassionato da meritarsi il soprannome di “sacerdote della serpentina”.
Una curiosità, la sigla BOR.BAR unisce i cognomi dei due fondatori, Bormida e Barile, custodendo nel nome dell’impresa la memoria dell’amicizia da cui è nata. Dopo la prematura scomparsa di Antonio, accanto a Luigi c’è la moglie Nuccia, che lo sostiene nelle scelte quotidiane con entusiasmo e passione. La distilleria resta così una realtà familiare: una storia di persone, prima ancora che un marchio conosciuto e apprezzato in Italia e all’estero.
Per Gino, la qualità non ammette scorciatoie. La prima grappa viene commercializzata soltanto otto anni dopo la prima distillazione. Un’attesa che racconta meglio di qualsiasi slogan la sua idea del lavoro: le cose belle e buone richiedono tempo, sacrificio e cultura. L’attenzione alle materie prime e il rispetto del territorio sono parte della stessa scelta. La grappa, in questa prospettiva, non è soltanto un prodotto da vendere, ma il risultato di una responsabilità verso il luogo in cui nasce.
L’assaggio di “Carato n. 1”, la prima grappa distillata, è un’emozione che Gino rinnova ogni volta che, con il “ladro”, spilla piccole quantità del prezioso liquido. Un gesto che riporta il racconto alle sue origini e rende tangibile il valore dell’attesa. Nel bicchiere la grappa è limpida, luminosa e brillante, di un colore ambrato dalle sfumature giallo oro. Il bouquet olfattivo è intenso: note di frutta e frutta disidratata si intrecciano a sentori floreali e spezie d’Oriente. Al palato il sorso è morbido e armonico, coerente con le sensazioni percepite al naso; il finale è lungo e persistente.
Gli amici, il territorio, gli “angeli”
Amicizia, rispetto e territorio sono le parole che tengono insieme la vita e l’impresa di Barile. Nella sua visione, chi fa impresa deve qualcosa alla comunità: un’idea di responsabilità che richiama l’ispirazione olivettiana e che trova espressione anche nell’impegno sociale e culturale.
Socio fondatore dell’Associazione Alto Monferrato e dell’Agenzia di Pollenzo, Gino ha sostenuto manifestazioni e iniziative come il Premio Barile, cercando occasioni di incontro e riflessione. L’attenzione per Silvano d’Orba e la salvaguardia del territorio lo ha portato anche nella rubrica “Paesi, paesaggi” di Striscia la notizia. Il documentario di Wilma Massucco, “Chi l’Avrebbe mai Detto !?!”, raccoglie il racconto di una vita animata dalla voglia di imparare e di trasmettere agli altri entusiasmo ed energie.
Tra i legami più profondi c’è quello con don Andrea Gallo. Al suo fianco, Gino ha amministrato per molti anni la Comunità di San Benedetto al Porto, condividendo l’impegno per il non-profit e per un diverso modello economico. Un’amicizia che nella distilleria ha trovato un posto speciale: dove sono custoditi i distillati più longevi, una sagoma a grandezza naturale del sacerdote veglia sulle bottiglie. Il suo amico don, scherza Gino, «dirige gli angeli» per «fare venire buona la grappa!».
È un sorriso che restituisce la misura del personaggio: capace di difendere con fermezza un ideale, ma anche di alleggerire il racconto con una battuta. Un uomo di spirito, in tutti i sensi, per il quale gli amici e i compagni di viaggio non sono comparse, ma parte essenziale di ciò che ha costruito.
Alla fine del viaggio, il titolo acquista un significato diverso. L’uomo che parla alla grappa è soprattutto un uomo che ha continuato a dialogare con la vita: studiando, lavorando, prendendo posizione, imparando dagli incontri. La distilleria di Silvano d’Orba custodisce anche questo patrimonio. E dietro ogni bottiglia, prima del nome Barile, resta Gino: il ragazzo che ha imparato a non avere paura e che ancora oggi invita gli altri a provarci.
L’assaggio del “Carato n. 1”, la prima grappa distillata è un’emozione che Gino rinnova ogni volta che, con il “ladro”, spilla piccole quantità del prezioso liquido. Un gesto che riporta il racconto alle sue origini e rende tangibile il valore dell’attesa. Nel bicchiere la grappa è limpida, luminosa e brillante, di un colore ambrato dalle sfumature giallo oro. Il bouquet olfattivo è intenso: note di frutta e frutta disidratata si intrecciano a sentori floreali e spezie d’Oriente. Al palato il sorso è morbido e armonico, coerente con le sensazioni percepite al naso; il finale è lungo e persistente.
Ci sono passioni che si riconoscono nelle scelte, prima ancora che nelle parole. Quella di Gino trova la sua espressione nel tempo dedicato alla grappa: nella cura della materia prima, nella distillazione lenta, nell’attesa che separa il lavoro dall’arrivo in bottiglia. Alla distilleria, la fretta resta fuori. Dentro, il valore di un prodotto si costruisce senza scorciatoie.
È una passione che tiene insieme un luogo e un modo di lavorare. La distilleria occupa un insediamento produttivo ottocentesco dell’Alto Monferrato, ristrutturato dai due soci a metà degli anni Settanta. Il recupero dei due piccoli alambicchi a bagnomaria alla “piemontese” rese gli spazi più funzionali, conservando il cuore artigianale della lavorazione. Il 1976 segnò la svolta di questa storia.
Un forno che custodisce la memoria
Al centro della struttura c’è un forno a legna particolare, che richiama i ronfò genovesi. Il loro nome rimanda a quello del conte di Rumford, ideatore delle cucine fine del Settecento. Qui la legna riscalda le caldaie e il calore raggiunge gli alambicchi attraverso l’acqua: è il principio del bagnomaria, parte essenziale dell’identità della distilleria.
Il forno non è soltanto una testimonianza del passato: continua a partecipare al lavoro. Nella descrizione dell’azienda, le variazioni del calore della legna contribuiscono alla separazione delle sostanze durante la distillazione. Un processo nel quale la tecnica tradizionale conserva un ruolo concreto, non decorativo.
Il valore storico del luogo trovò riconoscimento anche nel 2015, quando il FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, lo scelse per le Giornate di Primavera. La sua tutela appare dunque un auspicio comprensibile: custodire questo patrimonio significa conservare non soltanto un edificio, ma anche un sapere produttivo. La cura comincia dalla vinaccia
Per capire la passione di Gino bisogna partire dalla materia prima, l’utilizzo di vinacce fresche di Dolcetto delle valli ovadesi selezionate con la preziosa collaborazione di Virgilio, conferite da viticoltori conosciuti e qualificati. Il legame con il territorio passa anche da questa scelta: sapere da dove arriva ciò che si lavora e dedicargli l’attenzione necessaria.
La produzione resta limitata. La distillazione della vinaccia fresca viene concentrata in quaranta giorni, per preservarne profumi e fragranze. È un limite che racconta una priorità: non inseguire la quantità a scapito delle caratteristiche della materia prima.
Seguono la distillazione a bagnomaria e a bassa gradazione, scelte che l’azienda indica come fondamentali per conservare le componenti aromatiche. I procedimenti tramandati nel tempo, in parte innovati, mantengono così una stessa direzione: lavorare con delicatezza, lasciando emergere le sfumature del prodotto. La lentezza, qui, non è un ostacolo da superare, ma una parte del mestiere.
La pazienza di aspettare
La cura non finisce con la distillazione. Prima della vendita, la grappa riposa per quattro anni in serbatoi di acciaio inox da 2.250 litri questa maturazione naturale consente una maggiore morbidezza ed una sensazione gustativa più persistente. Anche quando il lavoro sembra concluso, dunque, resta ancora tempo da dedicare al prodotto.
Un altro percorso è quello delle grappe invecchiate nel legno, con periodi che vanno dai dieci ai trentasette anni. Le botti utilizzate hanno capacità di 250, 225 e 180 litri. Gino descrive l’invecchiamento come un incontro tra distillato, ossigeno e legno, capace di arricchire il bouquet e dare colore alla grappa: un’evoluzione che avviene in botte, non in bottiglia.
È in queste attese che la passione di Gino acquista il suo significato più umano. Scegliere di non vendere subito, limitare la produzione, mantenere in funzione gli alambicchi recuperati: ogni decisione dà continuità a un mestiere e alla storia del luogo che lo ospita. La grappa ottenuta diventa così il risultato di un impegno paziente. E la passione, più che uno slogan, si misura nel tempo che si è disposti a dedicarle.
A Ovada, il sapore dell’amicizia
La giornata si conclude attorno a una tavola conviviale, alla rinomata trattoria La Pignatta di Ovada. Gino è a capotavola, Virgilio al suo fianco. A condividere questo ul momento ci sono anche la moglie, un’amica di famiglia e il sottoscritto. È il tempo di fermarsi, ritrovando nella convivialità il piacere di stare insieme.
Gentile e ospitale, il patron ci presenta le pietanze del giorno: baccalà accomodato, trippe alla genovese e trofie di castagne al pesto. Ad accompagnare gli assaggi, un eccellente Dolcetto di Ovada. La cucina scandisce il ritmo del pranzo, lasciando spazio alle parole e all’ascolto.
Quando la conversazione torna alla grappa, Gino si illumina. È raggiante: il dialogo diventa un intreccio vivace di aneddoti, tecniche di distillazione, assaggi, scelte e valutazioni delle vinacce. Il racconto si sofferma anche sull’origine delle vinacce: quelle provenienti da terreni sabbiosi offrono percezioni aromatiche diverse rispetto a quelle ottenute da terreni calcarei. Nel suo entusiasmo, la precisione del mestiere incontra il piacere del racconto. Noi ascoltiamo e partecipiamo, coinvolti da una passione che anima la tavola.
A chiudere il pranzo arrivano i dolci della tradizione: pera cotta al vino rosso e zabaglione con biscotti. Poi il caffè, ultimo suggello di una giornata trascorsa in amicizia e ricca di emozioni.
Il saluto è un abbraccio, accompagnato dagli auguri reciproci e dalla promessa di incontrarci ancora. Poi ciascuno riprende la propria strada. Resta il calore di una tavola condivisa, di una conversazione appassionata e di un’amicizia che dà alla giornata il suo sapore più duraturo.






