di Giancarlo Pizzo

23 Maggio 2026

Il futuro del vino passa dal rispetto della biodiversità
Tra Ranzo e Ortovero, il percorso di un’azienda che lega qualità, territorio e innovazione a una visione agricola fondata sull’equilibrio naturale. L’incontro inizia tra i filari, nel cuore di un vigneto che restituisce con immediatezza il senso del lavoro svolto in azienda.
Roberto accoglie la visita tra le piante, con l’attenzione di chi conosce bene il valore del luogo in cui opera. Il vigneto, qui, non è mai un elemento isolato: è parte di un paesaggio agricolo costruito su scelte precise e profondamente radicate nel territorio.
La biodiversità, in questo contesto, non è un principio teorico ma una pratica. Accanto alle vigne, cespugli di piante aromatiche attirano insetti utili e impollinatori, rafforzando una difesa naturale che riduce ogni intervento invasivo. Tra i filari trovano spazio senape, orzo e favette, colture di copertura impiegate per proteggere il terreno, migliorarne la struttura, trattenere l’umidità e contenere l’erosione. La gestione del vigneto segue così la logica della lotta integrata, mentre la fertilità del suolo viene sostenuta con compost autoprodotto, pensato per nutrire il terreno con batteri indigeni senza alterarne gli equilibri. Il risultato è un ecosistema agricolo vitale, capace di rigenerarsi e di sostenere la qualità della vite ben prima della vendemmia.

In questo quadro si colloca il contributo dell’agronomo toscano Ruggero Mazzilli, riferimento nazionale per un’impostazione della viticoltura biologica fondata sull’ascolto del vigneto e sul rispetto dei suoi equilibri. Nel tempo, il rapporto di consulenza si è consolidato in una visione condivisa. Su questa linea i coniugi Francesca Bruna e Roberto Germani, eredi del lavoro e dell’intuizione di Riccardo Bruna, hanno rafforzato il percorso biologico dell’azienda, nella convinzione che l’autenticità del vino passi anzitutto dal rispetto della terra. A rafforzare ulteriormente questo sviluppo è arrivata la collaborazione con Andrea Moser, tra gli enologi più autorevoli e osservati del panorama vinicolo contemporaneo. Il suo ingresso nel progetto nasce dall’interesse per la complessità del territorio ligure, per la sua forte identità agricola e per il patrimonio rappresentato dai vitigni autoctoni. In questa prospettiva, Pigato e Rossese non sono soltanto varietà da interpretare, ma espressioni identitarie da accompagnare con precisione, sensibilità e visione enologica.

Dalla vigna il racconto prosegue in cantina, a Ranzo in Valle Arroscia. Qui l’atmosfera cambia, si fa più raccolta, ma conserva la stessa impronta di autenticità. Tra pietra, legno e segni del lavoro accumulato nel tempo, Francesca accoglie gli ospiti e introduce una memoria che coincide con la storia stessa dell’azienda.
“Tutto è iniziato con mio papà Riccardo”. Era un uomo rigoroso, caparbio, anche un po’ ritroso, come spesso siamo noi liguri. Però, anche se in tanti lo ricordano come un tradizionalista, io so bene che in realtà era un rivoluzionario. Nei primi anni Settanta ha cominciato a vinificare e imbottigliare il Pigato delle vigne storiche di famiglia, qui a Ranzo. In paese è stato il primo a farlo, e allora non era affatto una scelta scontata. Mio nonno materno, fin da subito, lo ha sostenuto: si chiamava Virginio Capello, e oltre a crederci ha anche piantato nuovi vigneti a Ortovero. Era un contadino, sì, ma con una mente raffinata, aperta, modernissima. Un visionario, davvero.”

La degustazione del Pigato conferma nel bicchiere la coerenza del percorso aziendale. Sulle pareti della cantina trovano posto premi e riconoscimenti, tra cui sei “Ronseggin d’Oro”, storico premio del ristorante stellato Michelin Ca’ Peo, testimonianza di un lavoro seguito e apprezzato nel tempo. Il Pigato Majé, ottenuto da uve 100% Pigato, nasce da vigne affacciate su un ambiente segnato da mare e roccia e interpreta con chiarezza la filosofia produttiva dell’azienda, fondata su viticoltura biologica, tutela del suolo e biodiversità. A dare ulteriore profondità a questo racconto è anche la geologia del luogo: nel Pliocene, l’area in cui oggi si estendono i vigneti era occupata dal mare, come testimoniano i fossili marini che ancora emergono dal terreno. In cantina se ne possono osservare alcuni, silenziose tracce di un’origine antica che continuano a restituire senso e identità a questo paesaggio viticolo.

Nel calice si presenta con un giallo paglierino luminoso, attraversato da riflessi dorati. Al naso esprime un profilo fine e stratificato, con richiami ai fiori bianchi, agli agrumi maturi, alle erbe mediterranee e a una traccia minerale che rimanda con nettezza alla matrice ligure.

Con l’ossigenazione emergono sentori di frutta a polpa gialla e leggere sfumature saline, mentre in bocca il vino si distingue per equilibrio, energia e precisione.
La freschezza accompagna la beva con continuità, mentre la sapidità — tratto distintivo del Pigato — si integra con una struttura misurata e con un finale lungo, pulito e riconoscibile.

fronte degli abbinamenti, si presta con naturalezza alla cucina di mare, ai crostacei, al pesce al forno, ma regge bene anche il confronto con alcuni piatti della tradizione ligure, come le verdure ripiene e i formaggi freschi. Più che una semplice etichetta, questo Pigato restituisce in modo diretto l’identità di un’azienda che ha scelto di costruire qualità attraverso continuità agronomica, misura enologica e attenzione al paesaggio.
È su questa linea che Francesca e Roberto guardano ai prossimi sviluppi: innovare senza interrompere l’equilibrio costruito nel tempo tra vigneto, suolo e paesaggio. I progetti futuri si inseriscono in una visione che considera la biodiversità non come un valore accessorio, ma come la condizione necessaria per garantire qualità, identità territoriale e continuità produttiva. In un contesto come quello della Valle Arroscia, la sfida non è semplicemente crescere, ma farlo preservando la complessità naturale che rende unico questo ambiente viticolo.





