
03 Maggio 2026
Seshen, il nuovo rosato da nebbiolo nato all’interno del lavoro portato avanti in vigna e in cantina, come sviluppo naturale di un processo che valorizza tutte le potenzialità del vitigno. Un vino che affianca una lettura più immediata alle espressioni più strutturate della varietà, mantenendo un legame diretto con l’identità del nebbiolo. Il nome richiama l’antica parola egizia che indica il fiore di loto, simbolo di rinascita, creazione e trasformazione. Un riferimento che ben racconta l’idea da cui nasce Seshen: valorizzare ogni potenzialità del Nebbiolo, accompagnandolo verso nuove espressioni senza alterarne l’identità.
L’origine del progetto è duplice: da un lato la volontà di ottenere un Nebbiolo più immediato e a più bassa gradazione alcolica; dall’altro la scelta di non disperdere una parte preziosa della materia prima, legata alla produzione del metodo classico dell’azienda, valorizzandola all’interno di un sistema produttivo più ampio e coerente. “Il punto di partenza è stato proprio questo: da una parte la necessità di avere un vino più semplice e fruibile, dall’altra il non voler sprecare la seconda pressatura derivante dal metodo classico Kaskal, in cui utilizziamo solo il mosto fiore” spiega Enrico Rivetto.
Il rosato si costruisce a partire da due componenti. La prima deriva dalle punte del grappolo di Nebbiolo, raccolte all’inizio di settembre, quando l’acidità è ancora particolarmente viva, e destinate alla produzione del metodo classico Kaskal. Da queste si estrae esclusivamente il mosto fiore, pari a circa il 35–38%, utilizzato per la spumantizzazione. Rimane però una quota significativa di mosto – tra il 20 e il 30% – che conserva caratteristiche interessanti, come acidità e freschezza, e che diventa la base del rosato. La parte restante del grappolo continua il suo percorso in vigna, rimanendo sulla pianta ancora per alcune settimane, fino a raggiungere una piena maturazione fenolica. È da qui che nascono i Nebbiolo e i Barolo, completando così un disegno produttivo che parte da un’unica materia prima e si sviluppa in più direzioni.
La seconda componente proviene dal salasso delle uve destinate al Barolo, che apporta una frazione più matura e strutturata. Il risultato è un equilibrio tra due momenti diversi del Nebbiolo: uno più teso e verticale, l’altro più evoluto. “È un vino che nasce dall’unione di due parti che normalmente non verrebbero considerate centrali, proprio per questo ha un significato particolare. E anche ciò che resta, come bucce e raspi, vengono destinati al compost e dopo circa tre anni reintrodotti nel ciclo aziendale come fertilizzante”, racconta Rivetto. “La meraviglia è che con un grappolo possiamo produrre diversi vini, e ciò che resta torna alla terra. È un processo che si costruisce nel tempo.”
Prodotto in circa 2.000 bottiglie, sarà disponibile a partire dal 1° giugno 2026, con un prezzo indicativo intorno ai 17 euro.
Paola Chiapasco





