di Virgilio Pronzati

12 Ottobre 2025

Si presenta nel calice con un manto rubino dai riflessi granati. Il suo bouquet è un viaggio sensoriale: intenso, ampio e persistente, dove la fragolina di bosco e la mora incontrano la rosa selvatica, sfumando poi in eleganti sentori di erbe aromatiche, umori boschivi e spezie. Al palato rivela un carattere secco, sapido e caldo, sostenuto da una trama tannica piacevole; è un vino pieno ma agile, capace di chiudere con quel tipico e gradevole fondo amarognolo.
Per profilo cromatico e struttura, evoca i grandi Pinot Noir d’oltralpe. Se ci si affidasse solo all’esame organolettico, lo si potrebbe scambiare per un prestigioso Beaune Premier Cru. Invece, siamo di fronte a un eccellente Dolceacqua Doc Superiore.
Un Percorso di Qualità

Sebbene sia stato il pioniere della viticoltura ligure ottenendo la prima DOC nel 1972, il cammino del Dolceacqua non è stato privo di ostacoli. Per anni, una parte della produzione ha lottato con difetti olfattivi, come sentori di “ridotto” o di “feccino”. Spesso i produttori meno esperti si sono giustificati definendo il Rossese un vitigno “difficile”, un ritornello comune anche tra chi coltiva Pinot Nero o Dolcetto. Tuttavia, oggi la situazione è radicalmente mutata: grazie a una maggiore maestria tecnica, il Dolceacqua riesce finalmente a esprimere tutto il suo potenziale.
Il Terroir e il Vitigno
La produzione insiste su 14 comuni della provincia di Imperia, con il cuore pulsante tra le valli Nervia, Verbone e Roja. È un’orografia complessa, fatta di pendenze scoscese e microclimi che cambiano da collina a collina. Anche le vigne riflettono questa varietà, alternando il tradizionale alberello ai moderni sistemi a spalliera o cordone speronato.
Il protagonista è il Rossese Nero di Ventimiglia. Definito autoctono, la scienza moderna — guidata dalla D.ssa Anna Schneider — ha confermato attraverso il DNA che il Rossese e il Tibouren provenzale sono lo stesso vitigno. Si ipotizza che sia giunto in Liguria proprio dalla Francia, portato dai soldati dei Doria.

I Numeri , i Comuni e i Cru
Apricale; Baiardo; Camporosso: Luvaira, Migliarina, Pian del Vescovo, Trinceria, Monte Curto, Brunetti. Castelvittorio; Dolceacqua: Arcagna, Tramontina, Morghe, Rosa, Pozzuolo, Armetta, Ruchin, Cian da Marchesa, Peverelli, San Martino. Isolabona; Perinaldo: Curli, Savoia, Alpicella. Pigna; Rocchetta Nervina; San Biagio della Cima: Posaù, Luvaira, Nouvilla, Berna, Buscarra, Garibaudo, Crovairola. Soldano: Pini, Bramusa, Galeae, Beragna, Luvaira, Ferenghé, Foulavin, San Martino. Vallebona; Vallecrosia: Santa Croce. Ventimiglia: Piemattun, Roasso, Sette Camini.
La produzione del 2023 racconta di una realtà preziosa e limitata: circa 169 ettolitri ottenuti da 47 ettari di vigneto, con una resa molto contenuta di 24 hl per ettaro.
L’Esperienza a Tavola
Il Dolceacqua è un vino che evolve nel tempo (da 2 a 8 anni).
Il vino giovane: Fresco e vinoso, è perfetto con ravioli o fettuccine al sugo di carni bianche. Va servito a 16°C.

La versione Superiore: Più complessa, con almeno un anno di invecchiamento e 13° di alcol. trova il suo connubio ideale con i piatti della tradizione ligure: lo stufato di capra con fagioli di Pigna, il coniglio al Dolceacqua o la faraona ai funghi e olive taggiasche, formaggette dell’Alta Val Nervia stagionate 3-4 mesi, nonché con molti altri piatti similari della cucina nazionale ed estera. Per esaltarne le doti, servirlo a1 7-18°C in calici ampi e panciuti.
Foto 1: Il suggestivo borgo di Dolceacqua dominato dal Castello dei Doria
Foro 2: Bottiglie di Dolceacqua di vari produttori.
Foto 3: Al centro Ilaria Lorini ultima vincitrice del Trofeo Ais Miglior Sommelier del Dolceacqua ed attuale Miglior Sommelier d’Italia
Foto 4: Vigneto di Rossese nel comune di Dolceacqua
Foto 5: Un bel grappolo di Rossese nero di Ventimiglia





