di Giancarlo Pizzo

01 Aprile 2026
Nel Ponente ligure la parola “rete” non è mai stata scontata. Territorio difficile, frammentato, fatto di appezzamenti minuscoli e grandi, muretti a secco e vigne che sembrano più aggrappate che piantate. Qui la viticoltura non concede scorciatoie e, per anni, nemmeno visibilità. Aziende piccole, spesso familiari, grandi vini e poca voce fuori dai confini locali.
È da questo scenario che nel 2015 nasce Vite in Riviera. Non un consorzio classico, non un marchio calato dall’alto, ma una rete di imprese che decide di fare una cosa precisa: mettere il territorio prima del prodotto, e il racconto prima della competizione.

Oggi Vite in Riviera riunisce circa 25 aziende vitivinicole e olivicole tra le province di Savona e Imperia, rappresentando una parte sostanziale della produzione del Ponente: oltre 150 ettari vitati e più di 1,3 milioni di bottiglie all’anno. Numeri che, presi singolarmente, resterebbero invisibili; insieme, diventano identità.
Un’idea di rete, non di omologazione
Il progetto è chiaro fin dall’inizio: fare massa critica senza appiattire le differenze. Pigato, Vermentino, Lumassina, Moscatello di Taggia; Rossese di Dolceacqua, Ormeasco di Pornassio, Granaccia. Vini diversi per carattere, zone e interpretazioni, ma legati da un paesaggio comune e da una viticoltura spesso definita “eroica”.

Accanto al vino, l’olio: Taggiasca e Pignola, cultivar che condividono con la vite gli stessi terrazzamenti, la stessa esposizione al vento e alla salsedine. In Vite in Riviera non esiste una gerarchia tra le produzioni: vite e olivo sono parti della stessa cultura agricola.
A guidare la rete è Massimo Enrico, presidente di Vite in Riviera, che in questi anni ha lavorato più sulla visione che sul protagonismo. «La rete non serve a rendere tutti uguali – spiega – ma a evitare che ognuno resti solo. Il rischio, per territori come il nostro, non è la perdita di identità: è l’invisibilità», non vogliamo vendere una sola bottiglia ma raccontare un’appartenenza territoriale, questo il pensiero di Massimo Enrico.

Raccontare prima di vendere
Negli anni, Vite in Riviera ha costruito una strategia che va oltre la semplice promozione commerciale. Presenza coordinata alle fiere, gestione dell’Enoteca Regionale della Liguria a Ortovero, eventi sul territorio, sviluppo dell’enoturismo. Ma soprattutto una scelta precisa: raccontare il Ponente ligure come sistema, non come somma di singole etichette.
È una narrazione lenta, coerente, che non cerca mode né semplificazioni. E che trova, ogni primavera, un momento simbolico in cui questa visione prende corpo.

Albenga, a metà marzo: la rete diventa luogo
Si arriva così ad Albenga, e all’Anteprima Vinitaly – Le Prime di Vite in Riviera, che domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 segna l’inizio ideale della stagione. Solo a questo punto il racconto si sposta dall’idea al luogo.
La sede è la ex Chiesa di San Lorenzo, in piazza Rossi, nel cuore del centro storico. Uno spazio che non è neutro: pietra, luce, silenzio, memoria. Una cornice che restituisce profondità al gesto della degustazione, trasformando i banchi di assaggio in punti di dialogo più che di esposizione.

La redazione di Enocibario è presente e attraversa la sala con questo spirito: ascoltare prima di valutare. Ai tavoli, 23 produttori della rete raccontano le nuove annate, parlano di vendemmie complesse, di equilibrio cercato più che di potenza, di vini che non nascono per stupire ma per restare.
Il vino come conversazione
La giornata è luminosa, dentro e fuori. Fuori, Albenga vive il ritmo lento di marzo; dentro, i calici si riempiono e si svuotano mentre le conversazioni si allungano. Il Pigato parla di erbe e vento, il Vermentino di mare, il Rossese di una Liguria più interna e sottile. L’olio ribadisce che qui il gusto è sempre legato al paesaggio.
Non è un evento che corre. È un evento che sosta, come il territorio che rappresenta.

Un approdo, non un traguardo
Quando l’Anteprima si chiude, resta la sensazione che la ex Chiesa di San Lorenzo non sia stata solo un sito, ma un approdo narrativo. Il punto in cui un’idea – fare rete per non sparire – diventa esperienza concreta.
Vite in Riviera, oggi, è questo: una struttura collettiva che protegge le differenze, un progetto che ha scelto di crescere senza perdere voce. E Albenga, per due giorni, ne è stata la sintesi più chiara.





