di Virgilio Pronzati

31 Marzo 2026
La Liguria, terra di antiche origini e tradizioni, sebbene abbia un patrimonio gastronomico forse meno noto di quello di altre regioni, aveva ed ha una sua precisa identitĂ che lo stacca sensibilmente dal quadro gastronomico nazionale. Infatti la cucina ligure derivata soprattutto dalla cucina genovese, poggia le sue basi su vari piatti che si identificano nella ormai famosa e seguitissima dieta mediterranea. Quindi piatti scarsamente grassi, ricchi di fibre vegetali e proteine, di molta leggerezza e saporositĂ , ottenuti con freschissimi prodotti ittici, ortaggi, pasta (fresca e secca), carni avicole e ovine e formaggi.

Preparazioni gastronomiche insaporite dalle immancabili erbette aromatiche e cucinate o condite da sempre con fragrante, delicatamente fruttato e dolce olio extra vergine dâoliva, dove spicca la quasi assenza di spezie e droghe. Da tutto ciò si è sviluppata una cucina âseriaâ â in linea con il carattere ligure â e cioè aliena da effimeri effetti, realistica, attuale e dietetica, affidata esclusivamente a intelligenti e pazienti metodi di cottura, a sapienti manipolazioni che sono lâopposto di âmoderneâ improvvisazioni, o peggio, di una cucina âcostruitaâ, ricca solo di orpelli.

Beninteso che la cucina raffinata era nel passato retaggio di nobili e ricchi, in quanto potevano permettersi uno o piĂš cuochi, la cucina della povera gente spaziava dalle zuppe di ortaggi â molto meno di pesce â e, quando câera lâoccasione, piatti piĂš consistenti con lâutilizzo di frattaglie ovine e bovine. Immancabili, comunque negli ortaggi ripieni (verdue pinn-ne), nei âporpettoinâ (polpettoni) ed in altri piatti tipici, le erbette al posto delle costosissime spezie, merce esclusiva dei nemici veneziani. Chi viveva vicino al porto o vi lavorava, poteva â denaro permettendo â trovare nelle numerose trattorie e osterie con cucina, piatti piĂš sostanziosi ed elaborati e, per chi aveva un lavoro pesante e poco tempo per la tavola, come i âcamalliâ e i âcaravanaâ (forzuti scaricatori di ogni tipo di merce), mete obbligate erano le âSciamaddeâ (in italiano âFiammateâ, botteghe di torte e farinate dove appunto, tutto era cotto con le fiamme del fuoco a legna) e le friggitorie.

Nella âSciamaddaâ venivano servite lâaurea farinata appena sfornata e le squisite torte di verdure caratterizzate dalla âprescinseuaâ. Un mangiare gustoso, nutriente e di poco costo, che si poteva consumare anche in piedi, in particolare la farinata (fainĂ ), sorta di morbida e sottilissima focaccia fatta con farina di ceci, acqua, olio dâoliva e sale, spolverata di pepe appena tolta dal forno che, spesso, si ci farciva un panino. Nel ponente cittadino, a Sestri e a Voltri veniva arricchita con i âgianchettiâ (avannotti di pesce azzurro), mentre nella parte occidentale della Liguria (Savonese e Imperiese) con cipolle affettate e rosmarino. E proprio sulla âfainĂ â, la Repubblica di Genova emesse nel 1447 un singolare decreto: <Furnari quod pretium exigere debeant in coquendo scribilitas>.

Quale prezzo debbono esigere i fornai, per cuocere le scribiliteâŚIl termine scribilita era lâantico nome della farinata. Ma non solo. Altri decreti ne imponevano lâimpiego di buon olio dâoliva e la misura del testo, ossia del tegame. Mentre le torte di verdure, tra cui la famosa pasqualina, erano giĂ note anche ai âforestiâ (gli stranieri). Infatti nei pranzi ufficiali indetti da nobili o potenti per illustri o noti ospiti, venivano citate come âtorte di verdure allâuso di Genovaâ. Altro cibo fatto con la farina di ceci erano e sono ancor oggi, la âpanissaâ e i âcoccolliâ. La panissa è una polentina che, fatta raffreddare, viene tagliata a strisce e fritta in caldissimo e fragrante olio dâoliva, oppure tagliata a dadini e rosolata nellâolio con cipolline novelle, e spolverata di pepe. Un piatto, questâultimo, ormai desueto, che meriterebbe di ritornare sulle nostre tavole per la sua bontĂ . Mentre i âcoccolliâ (chiamati impropriamente anche âfrisceu de faenn-a de sexiâ) sono frittelle di farina di ceci, anchâessi fritti nellâolio dâoliva, cosparsi di sale e mangiati ancor caldi.

Questi come i âfrisceuâ (frittelle) di erbette, di baccalĂ e, meno diffusi, di stoccafisso, erano propri delle osterie con cucina e, in tempi piĂš recenti, delle friggitorie. E non a caso, il merluzzo conservato sotto sale (il baccalĂ ) e quello essiccato allâaria (stoccafisso), danno origine ad una moltitudine di piatti tipici genovesi e liguri. Altra leccornia, la semplice ma invitante âfugassaâ: calda, morbida o appena croccante focaccia di farina di frumento, irrorata dâolio dâoliva e cosparsa di grani di sale marino grosso nelle fossette lasciate dalle punte delle dita, ottenuta impastando la farina con acqua, il crescente (lievito naturale), lâolio e il sale, e fatta lievitare per molte ore prima di infornarla. A quella classica, cosi detta âco-o lâeuioâ (allâolio dâoliva), si è poi aggiunta quella âco-a çioulaâ (con la cipolla affettata. Altre, ma meno note e diffuse, sono con la salvia, con le patate e con la polpa dâolive). A Genova anche nel passato, non câera una vera e propria cucina della strada come esisteva in alcune regioni del sud o in molti Paesi esteri. Le uniche cose che venivano vendute da artigiani ambulanti chiamati ânegiariâ o ânegiaeâ, venditori di cialde e canestrelli di pasta frolla che, al tempo della Repubblica di Genova, erano riuniti in corporazione (come i fornai, i macellai, i formaggiai, ecc.) e controllati attraverso lâapposito Magistrato delle Arti.
Da queste brevi note si può capire che Genova è stata (scusatemi il termine) lâiniziatrice del fast food; o meglio, un mangiare veloce ma non in âserieâ che non conosce lâusura dei tempi e delle mode. Ancor oggi a Genova, sin dal mattino, si possono vedere per la strada operai, massaie, studenti, insegnanti, nonchĂŠ imprenditori, che mangiano golosamente âa fugassa in to papè de strasseâ, avvolta nellâapposita carta e immortalata nei versi del poeta-commedriografo genovese, Vito Elio Petrucci.
Matrimoni dâamore tra cibo e vino
Semplici ma saporosi cibi che vogliono vini bianchi giovani, dallâagreste profumo, freschi, sapidi, leggeri ma persistenti e dâinvitante beva. Ecco per ciascun piatto, i suoi giusti vini.
Fugassa co-o lâeuio: Valpolcevera Bianco, Golfo del Tigullio-Portofino Bianco, Gavi, Lugana, Trebbiano di Romagna e Cotes de Provence Blanc, serviti a 10°c in calici con stelo alto.
Fugassa co-a çioula: Riviera Ligure di Ponente Pigato, Colline del Genovesato Pigato, Tocai Italico di Lison-Pramaggiore, Grave del Friuli Sauvignon e Sancerre, serviti alle già note modalità .
Fainà : Val Polcevera Coronata, Golfo del Tigullio Bianchetta, Roero Arneis, Piave Verduzzo, e Vin de Corse Calvi Blanc, serviti a 11-12°c nei già citati calici.
Coccolli e panissette: gli stessi vini suggeriti per la farinata.
Frisceu co-e erbette: i vini indicati con la focaccia allâolio. Frisceu de baccalĂ : Valpolcevera Bianchetta, Colline di Levanto Bianco, Cinque Terre, Elba Bianco, Ischia Bianco e lâAnjou Blanc, serviti come quelli indicati per la farinata.





