di Linda Puschel

18 Ottobre 2025
Questo piccolo angolo di paradiso, scoperto anni fa con mio marito, è tranquillo e silenzioso, un fiordo, dove il mare è cristallino, sempre calmo e circondato da una natura rigogliosa che lo fa sembrare un lago. È proprio questo che affascina, rilassa e ci fa sentire campagnoli al mare, il posto ideale per riprendersi dallo stress e rinnovare le energie. Si trova vicino al villaggio medievale di Ston, dove ci sono le saline… tutta salute e pure le ostriche… tutta gola!
Peccato che sia così distante dalla Liguria, però da Trieste in poi, l’autostrada croata è molto più ampia e confortevole di quelle italiane e la meta vale comunque tutti quei chilometri. Mancavamo da qualche anno dalla Croazia e benché immaginassimo che non sarebbe stata più conveniente come prima, quando avevano la loro moneta, la Kuna, ci siamo ritornati volentieri, per scoprire che con l’Euro i prezzi sono effettivamente andati alle stelle, mentre la gastronomia di stelle… ne ha persa ben più di una.

Anche i Croati, che si rallegravano del cambio di moneta, pensando di fare un salto di qualità e diventare più Europei, ora si sono resi conto della fregatura che naturalmente riversano sui turisti, che a loro volta cercano nuovi lidi. I prezzi di un pasto ormai sono come da noi in Italia, con la differenza che la qualità, la scelta e la presentazione del cibo lasciano molto a desiderare; perciò, il turista non si accontenta più e si tiene alla larga anche dalle “Konobe”, tradotto taverne, che dovrebbero essere paragonate alle nostre trattorie mentre, invece, se la tirano da ristoranti, perché i prezzi sono quelli.
La stessa escalation, secondo me, la stanno facendo le cosiddette “Osmize” triestine, locali tipici dell’altopiano del Carso, tra Italia e Slovenia, dove si consumano vini della zona (Terrano, Vitovska e Malvasia) e prodotti tipici (uova, salumi e formaggi) direttamente nei locali dei produttori che li producono. Una tradizione che risale all’epoca di Maria Teresa d’Austria: nel 1784 autorizzò ai contadini la vendita di vini e alimenti prodotti direttamente nelle loro cantine. Il permesso di vendita durava per periodi di otto giorni consecutivi (da qui la parola osmiza, osem in sloveno significa otto).

Le osmize aperte, oggi come allora, sono segnalate con una freccia rossa e frasche in bella vista lungo la strada e sulla casa dove si trova l’osmiza. Una volta si consumavano delle merende tipiche carsoline, dette “rebecchini”, per pochi soldi, mentre ora sono diventate trendy, per giovani snob, che per andare in quei posti, mantenuti rustici, si agghindano come per salire su uno yacht e pagano volentieri un’esagerazione per un piatto di salumi e formaggio, talvolta di dubbia qualità e del vino locale spesso mal servito. A proposito di vino, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, come piace a me, c’è persino da essere contenti di avere una certa età, perché quasi tutto ciò con cui ci si raffronta, ora è infinitamente più scadente di quello che abbiamo in ricordo… o addirittura non c’è più.

Penso ad esempio ai baracchini, simili a quelli delle caldarroste, che a Trieste, in pieno inverno, vendevano i mitici “mussoli”, molluschi prelibati fumanti che, con la bora, riscaldavano più di una cioccolata calda e di fronte c’era solitamente un’osteria che provvedeva all’abbinamento… semplicemente bianco! Allora non era raro gustare le granceole, dal gusto raffinato e delicato, i brutti, pelosetti granciporri, adatti per condire la pasta e persino astici e aragoste… pregiati anche allora, ma disponibili. Bei tempi quando, appena varcato il confine di Trieste, si facevano delle belle scorpacciate di scampi “alla busera”, giganteschi e succulenti al prezzo di una pizza.
Una sera, in una Konoba rinomata di Ston o, meglio, nostalgicamente Stagno, ci hanno servito pochi ridicoli scampetti, più adatti come esca, in un mare di sugo al pomodoro, completamente insipidi. Per non parlare delle cozze, tutto guscio e minuscoli frutti di mare. Il pesce vero e proprio è praticamente inesistente, propongono per lo più branzini e orate di allevamento, proprio come da noi. Mi sento fortunata di essere andata da bambina con il mio papà alla grande Pescheria di Trieste, costruita lungo le Rive nel 1913 come se fosse una chiesa, con tanto di campanile e navate… seppure anch’io, allora, mi sentissi un pesce fuor d’acqua, in quell’ambiente fragoroso e umidiccio, vestita da bambola, come Shirley Temple, con le scarpette belle su quel pavimento bagnato. Ero anche troppo piccola per apprezzare i frutti di mare che si consumavano, in piedi, davanti alla bancarella.

Per me solo un timido approccio con quel che rimaneva nel guscio, il “sughetto” con una spruzzata di limone e soprattutto la speranza di incontrare il mitico pinguino Marco che abitava lì. Il sapore dei frutti di mare lo avrei capito e recuperato alla grande dopo, da adulta, ma mi sarei svegliata prima se avessi saputo che finiva, assieme alla Pescheria, trasformata nel 2006 nel Salone espositivo degli Incanti, dal nome del luogo dove il pesce andava all’asta la mattina presto, cioè all’incanto. Ogni cosa a suo tempo… e col tempo, si sa, le cose cambiano e purtroppo mai in meglio.
Perciò non è neanche il caso di rammaricarsi troppo di non mangiare più pesce, perché di questi tempi pare contenga plastica e perciò, in contrasto con quello che ci hanno sempre consigliato, il suo consumo è diventato pericoloso, allarmante, meglio rifugiarsi nel barattolo di Omega 3… decisamente più opportuno e salutare ! Ho visto ultimamente alla TV dei reportage spaventosi sul mare, pieno di spazzatura, come le reti dei pescatori e sentito delle cifre esorbitanti di plastica prodotta ogni anno. E la chiamiamo evoluzione …??? È incredibile come l’uomo possa aver ridotto così la sua casa.

Penso che sia l’unico essere vivente che non rispetti e ami la natura, come se non ne facesse parte… e se poi questa si rivolta contro, come meravigliarsi, ce lo meritiamo! Basterebbe semplicemente non produrre plastica, tornare alle bottiglie di vetro, come quella del latte di una volta, ai vasetti di yogurt della Centrale del latte della mia infanzia, per non parlare dell’acqua gasata di allora, che si faceva aggiungendo l’idrolitina all’acqua del rubinetto. Ma questo vale per tante altre cose che sono chiaramente nocive, innanzi tutto le armi…! Alla mia prima grande delusione nello scoprire che non era Gesù Bambino a portare i regali di Natale, perché un’amichetta si vantava di averlo saputo, se ne sono aggiunte via, via negli anni, tante altre, molto più gravi e inquietanti che riguardano i valori, i principi e il credo con cui siamo cresciuti.

Però, queste verità non le rivela nessuno, anzi, autorevoli bugiardi fanno di tutto per manipolare e frastornare le menti di chi non ha tempo e deve lavorare. Ma ci si arriva ugualmente da soli, basta tapparsi le orecchie e guardarsi intorno… e così si capisce, eccome se si capisce, purtroppo. Scusate il divagare dal tema, ma il pesce pieno di plastica mi fa troppo arrabbiare. Per fortuna in Croazia, almeno le ostriche resistono e sono deliziose, ovviamente diverse da quelle francesi e nostrane, ma pure succulente. La baia di Mali Ston è una zona tradizionalmente vocata all’allevamento di ostriche e di cozze da secoli e alcuni scavi archeologici hanno evidenziato tracce di allevamento di ostriche risalenti persino all’epoca romana.
Le propongono dappertutto, nei ristoranti di un certo livello e nelle konobe, a un prezzo che varia da 1,50 a 3 € cadauna e benché l’estate non sia la stagione più adatta per gustarle, sono molto richieste e apprezzate. Naturalmente il modo di servirle è molto semplice ed essenziale, niente ghiaccio tritato, tanto meno salviette rinfrescanti al limone. Le abbinano per lo più con il Posip, vino bianco secco, piuttosto alcolico (tra i 13 ai 14,5°), dal colore giallo dorato, con un aroma di albicocche e fichi secchi, agrumi ed erbe mediterranee e caratterizzato da una spiccata acidità. È il primo vino croato con un’origine geografica protetta, coltivato principalmente sulle isole di Korcula, Lastovo e Mljet.
Oltre al Posip, alcune delle varietà di vino più popolari sono la Malvasia Istriana, la Grasevina, il Debit e il Grk per i bianchi e il Plavac Mali e il Babic per i rossi. E a proposito di vino, una sera ho fatto un’esperienza più unica che rara, imbattendomi in una lista di vini a dir poco assurda e ridicola, che non prevedeva bottiglie da 3/4 al di sotto di 28 € in un locale tipo pizzeria, con tavoli rustici di legno, senza alcuna copertura, né tovaglie, né runners e nemmeno servizi all’americana, previsti anche nel più semplice dei locali.

Le ostriche, che vantano come loro specialità, erano salatissime e il conto pure. Evidentemente il cambio dalla Kuna all’Euro li ha destabilizzati e si sono montati la testa. Peccato, perché è una terra bellissima che, fino a tre anni fa, consentiva delle prolungate vacanze vantaggiose, per le quali chiudevamo spesso un occhio e rinunciavamo volentieri al comfort e alla raffinatezza a cui siamo abituati. Ora che il rapporto qualità/prezzo è diventato molto scarso, mi sa tanto che considereremo altri litorali, chissà, forse la Turchia, se passa… il vino!





